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2月4日 Ricordi ergonomiciRicordi ergonomici
Meglio selezionarli per bene i pensieri, fosse solo per questione di spazio, sinapsi o neuroni. Insomma conservarne solo pochi, magari i più belli o, meglio ancora, quelli comodi, proprio come un paio di jeans. Ricordi di quelli che stanno bene un po’ in ogni dove, per più volti e persone. Insomma dei ricordi un po’ neutri, grigi come gli chassis dei televisori così da non stonare con l’arredo Non troppo particolari per forma o sensazioni… perché poi è dura trovarci un posto e, se non lo trovi…quel posto…te li ritrovi sempre tra i piedi, tra te e la vita o, peggio ancora, tra te e la vita di qualcun altro. Allora meglio ricordi un po’ grigi…squadrati, precisi, che possano entrare anche in spazi angusti e già semipopolati. Magari spazi di risulta, quegli spazi posti a mo’ di pausa riflessiva tra situazioni chiuse. Quegli spazi fisiologici che servono a separare trascorsi disparati Lì non ci puoi mettere un colore troppo preciso, un nome “troppo di qualcuno”, rischia ti colpirti allo stomaco come potrebbe un distributore automatico nella Cappella Sistina E poi a conservarli questi pensieri troppo accesi costa tempo e fatica Così come costa tempo e fatica provare a muoversi lì in mezzo. Si rischia di tagliarsi con qualche spigolo troppo aguzzo o di battere la testa da qualche parte. Finisce che viene voglia di rimanere fermi per evitare il dolore, e la cosa intasa la mente al punto di intrappolarne la vita…senza più nulla “in fieri” ma solo troppi “ei fu” Allora meglio inventare dei ricordi ergonomici, di occasione, di circostanza, tipo pass par tout; un paio da usarli per qualche natale un po’ bigio o qualche estate un po’ troppo noiosa. Un paio sempre pronti, di un bel grigio neutro che di certo si abbina a quel po’ di roba che abbiamo dentro A pensarci bene anche un paio di nomi così non farebbero male. Ergonomici pure loro, tanto per non farli scazzottare con i nomi del nostro passato. Nomi per ruoli e per situazioni., di quelli che puoi liberamente spostare avanti e dietro nelle storie. Nomi che una volta inventati o semplicemente scelti, restino sempre lì…almeno loro. Leggeri, non come un nome proprio o come un ricordo troppo specifico che ti bruciano un intero ventaglio di situazioni, ma un non-so-che che stia bene su tutto. Qualcosa pronto ad appiccicarsi dove abbisogna e a spicciarci dal peso di imparare, ogni volta, altre nozioni. Una carta da giocare e da riciclare con facile disinvoltura. Un nome ergonomico appunto che, passi l’estate, l’inverno, l’amicizia, la passione, la fede politica, passi San Remo, il campionato, la letterina, la velina, il corteggiatore/corteggiato, l’amore, l’odio, la canzone, la notte, l’abbaglio, l’ansia, la voglia, il rimorso, la nuova ricerca, resti lì, fermo, tipo etichetta su di uno scatolino. E lì, in quello scatolino, a metterci di tutto…tanto non si vede. Qualcosa che, caschi il mondo, una volta scelto, non debba essere cambiato, non debba farci sentire a disagio se pronunciato anche per caso. Forse è giocare sporco, ma chissenefrega. Il gioco è sporco solo se se ne accorgono, negli altri casi è gioco e basta. L’importante non è nè vincere né partecipare…ma non farsi male e tornare a casa con le proprie gambe…tutto qui. |
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